4 gennaio 2012

Eurostar: 4 classi per 11 vetture mentre scompaiono i treni regionali...


Viva il mercato. Anzi: il marketing, come spiegano i manager di Trenitalia (che noi, di un’altra generazione, continuiamo a chiamare Ferrovie dello Stato).
In nome del marketing (cioè costi da tagliare e profitti da ottimizzare, azionisti da accontentare e rami secchi da sopprimere) sono stati cancellati quasi tutti i treni notturni che  percorrevano il paese da un capo all’altro.
Se stasera volete partire da Agrigento per Milano, magari per andare a trascorrere il capodanno dai parenti lontani, dovrete mettere nel conto diciotto ore di viaggio cambiando tre treni.
Grazie alle ferrovie italiane Puglia, Calabria e Sicilia s’allontanano ormai alla deriva di un’Italia mai così disunita.
E’ un segno dei tempi.  Al sud chiude la Fiat e chiude anche Trenitalia.
In compenso, sempre in nome del marketing, hanno deciso che gli Eurostar (unica soluzione di trasporto sopravvissuta su rotaia) dovessero riesumare il concetto di classe come non accadeva dai tempi dei bastimenti per l’America.
Ma almeno su quelle navi le classi erano solo tre.
Adesso sono quattro, con nomi che luccicano d’inglese (executive, business, premium, standard) e con il grottesco risultato d’avere quattro classi per undici vetture, roba che avrebbe fatto impallidire per senso di ridicolo anche la corte di Francia ai tempi di Luigi Sedici.
Ma c’è di peggio. Ovvero il modo in cui i viaggiatori di quarta classe (la “standard”, 86 euro per tre ore di viaggio tra Milano e Roma) vengono segregati nelle loro vetture affinché non calpestino la moquette delle prime tre classi, non si lavino le mani nelle loro toilettes, non respirino la loro aria ionizzata. Non si può più usare nemmeno il bar al centro del treno: rigorosamente riservato ai suddetti viaggiatori delle prime tre classi.
Come succedeva nelle viscere del Titanic, quando il treno parte un altoparlante avvisa i viaggiatori di quarta categoria che le porte di comunicazione tra le loro vetture e il resto del treno stanno per essere inesorabilmente e definitivamente chiuse. Vagoni piombati. E per essere socialmente ancor più espliciti, te lo spiegano anche nel sito ufficiale di Trenitalia: vuoi risparmiare cinque euro con un biglietto di quarta?
Bene, sappi che “per i clienti Standard è disponibile un  carrellino-bar per l’acquisto di prodotti food, bevande calde e fredde e caffè espresso in sostituzione dell’accesso alla carrozza bar/ristorante riservata ai clienti Executive, Business e Premium. Ai clienti del livello Standard non è consentito l’accesso alle carrozze Premium, Business e Executive!”.
Come gli intoccabili, nelle caste della società indiana.
Perché tutto questo? Perché questi vagoni piombati? Solo per rispondere alla sfida che l’alta velocità di Montezemolo lancerà al mercato ferroviario italiano fra tre mesi? Temo di sì.
Una sfida al ribasso, dove l’optional che Trenitalia ti offre è il privilegio di non dover mai incrociare nei corridoi del treno chi sta in una classe inferiore alla tua.
E’ questa concezione del mercato – punitiva, gerarchica, liberatoria degli istinti più grevi – che preoccupa. All’idea alta e responsabile dei beni comuni si sta rapidamente sostituendo l’asta quotidiana sulle tariffe, i diritti, le opportunità.
Un vento molesto che comincia a lambire anche i destini della RAI che le voci di palazzo vorrebbero privatizzare per poi concedere al mercato: l’opposto della mission che la Costituzione e la nostra consuetudine democratica affidano al servizio pubblico televisivo.
Su questa proposta, su questa minaccia, oggi tacciono tutti.
Tace Monti, che forse pensa al mercato come un antidoto “tecnico” efficace per ogni malattia e per ogni urgenza. Tacciono i partiti della maggioranza (ormai sono tutti partiti di maggioranza, Lega esclusa…).
Privatizzare, quotare, ridurre in segmenti di mercato è ormai parte di un mantra assai diffuso.
Il Corriere ieri dava quattro colonne in prima pagina alla notizia di un signore che si è rifiutato di pagare le sanzioni dovute all’agenzia delle entrate spiegando che “lo scrivente è un politico e dunque non soggetto a sanzioni o interessi”.
Poi, leggendo l’articolo, scopri che l’autore di questa protesta non è un ministro o un senatore ma un ex consigliere comunale di Santa Croce di Magliano, un paese di 4.000 anime a sei chilometri da San Giuliano di Puglia. Insomma uno sciroccato, un poveraccio. Direbbero a Milano: un pirla. Ma gli hanno dato egualmente quattro colonne in prima, perché tirare addosso al politico oggi fa figo.
A quando quattro colonne in prima pagina, una per classe, per raccontare il marketing patetico dei treni italiani?

Di Claudio Fava

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